Comunicato stampa di Sel Siena in vista del voto per le Consulte
Le liste di Sinistra Ecologia Libertà per le elezioni delle Consulte sono state costruite facendo riferimento alle migliori realtà del territorio, attraverso un rapporto con le associazioni, con il mondo del volontariato, la cooperazione sociale, il lavoro e la scuola. Nella convinzione che le consulte territoriali debbano essere realmente degli strumenti di partecipazione abbiamo deciso di costruire delle candidature esterne alla realtà di partito, senza politici di lungo corso, orientate al rinnovamento della classe politica cittadina. Riteniamo infatti che in questa fase, più che mai, occorra un nuovo radicamento nel corpo sociale e la valorizzazione di esperienze che, al di fuori dalla politica, danno un grande contributo alla crescita della nostra comunità. Un vero coinvolgimento delle energie vive della città; persone che, spesso per la prima vota, si mettono a disposizione del proprio quartiere per dare un contributo efficace al governo del territorio.
Orlando Paris – Coordinatore Sinistra Ecologia Libertà Siena
Sergio Scalabrelli – Responsabile dell’organizzazione di Sinistra Ecologia Libertà Siena
I candidati
Consulta 1
Elena Butti, Valerio Tito Manuguerra, Lucia Civitelli, Ducio Poggialini, Alessia Giorgia Alessandra Zombardo, Salvatore Quarta, Alessandro Vitale
Consulta 2
Carla Maramai, Paolo Galluzzi, Valeri Marchesi, Andrea Ingrosso, Elisabetta Ricci, Luca Angelo Giuseppe Nunziata, Patrizia Sbrolli, Mario Paolo Nicola Savino
Consulta 3
Elena Butti, Luca Angelo Giuseppe Nunziata, Francesca Grassi, Manuele Putti, Marta Manganelli, Alessandro Vitale, maria Gabriella Perfetti
Consulta 4
Erika Baraldo, Alessandro Picchi, Costanza Iannone, Giuliano Tiziano Baraldo, Gianna Massari, Marta Manganelli, Stefano Ventura
Consulta 5
Graziella Ciabatti, Giuseppe Cundari, Giada Infante, Valerio Tito Manuguerra, Sabrina Pistillo, Alessandro Picchi, Duccio Poggialini
Fallimento Europa, di Luciano Li Causi
Due conflitti mondiali, milioni di morti, economie devastate. Mai più, pensarono i padri fondatori dell’Europa. Mai più Germania e Francia su due fronti contrapposti. Al contrario, bisognava mettere insieme quei paesi, ed altri ancora, unirli in un progetto comune di sviluppo, cooperazione e solidarietà.
Piano piano l’idea di un’Europa unita iniziò a prendere corpo; prima la Comunità del carbone e dell’acciaio, poi il Mercato Comune, poi, ancora, l’Unione Europea. Ai sei paesi pionieri, Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo si unirono, nel corso del tempo, altri 21 stati, alcuni dei quali di quell’Europa orientale resa libera dal crollo del Muro di Berlino, dopo il 1989. L’unità economica, in primo luogo, all’insegna dell’economia di mercato e del libero scambio tra i paesi contraenti; ma poi anche l’unità politica. Un’Europa federale, gli Stati uniti d’Europa, erano chiaramente nella mente di quelle personalità che negli anni ’40 avevano cominciato a ragionare sul futuro del vecchio continente, Adenauer, Schuman, De Gasperi, Monnet. Consapevoli del fatto che l’alternativa all’unità politica sarebbe stata da un lato l’instabilità politica e dall’altro la rinascita dei nazionalismi, con il loro possibile carico di sangue e lutti. L’Europa si diede, nel tempo, organismi politici formali, quali il Consiglio d’Europa (1974), con i capi di stato e di governo, la Commissione Europea, un potere esecutivo, ed anche un Parlamento europeo, un’assemblea legislativa composta in un primo momento da nominati, e poi da parlamentari eletti a suffragio universale (dal 1979), per legittimare attraverso il processo democratico l’autorità delle istituzioni comunitarie. Poi arrivarono i Trattati: Maastricht, nel 1993, che porta avanti il processo di integrazione politica, Amsterdam, nel 1999, che incrementa i dispositivi di codecisione, Schengen (1985), che apre alla libera circolazione delle persone, Lisbona (2009), che attribuisce, tra l’altro, maggiori poteri al Parlamento europeo.
Dagli anni ’70, e nei decenni successivi, si incominciò anche a ragionare anche di una unità culturale europea. Si ritenne, a Bruxelles ed a Strasburgo, che la progressiva integrazione economica, cui stava seguendo, come previsto, una sempre maggiore unità politica, avrebbe dovuto essere completata dalla creazione di una consapevolezza identitaria europea, e da un senso di appartenenza. Insomma, l’Europa era una potenza economica e si stava lentamente costituendo come potenza anche politica, ma mancava un ‘demos’ europeo. I popoli europei allora, proprio come avevano singolarmente sperimentato nella fase di promozione degli stati nazione, tra ‘700 ed ‘800, avrebbero dovuto diventare una comunità di sentimenti e di significati condivisi; avrebbero dovuto aggiungere un segmento identitario europeo sopra quello nazionale e regionale. Nacque, negli anni ’90, la cittadinanza europea; furono inventati, proposti e diffusi simboli europei comuni, per creare proprio appartenenza ed identità: la bandiera e l’inno, per esempio, ma poi, naturalmente, anche il simbolo più forte, quella moneta unica, l’euro, che dal 2002 ha sostituito vecchie e nobili monete, come il marco ed il franco.
Il demos europeo, tuttavia, non si è costituito. Al contrario, in questi anni, la parziale ma sostanziale perdita di sovranità politica dei paesi membri, impossibilitati a decidere sulle proprie economie, e più in generale i processi di globalizzazione, hanno riportato prepotentemente a galla i nazionalismi. Sia quelli delle formazioni politiche di estrema destra, attivamente presenti ed influenti in molti stati dell’Unione, spesso apertamente xenofobe, razziste, escludenti; sia quelli delle destre parlamentari europee, ben rappresentate dalla CDU di Angela Merkel e dall’UMP di Sarkozy.Per i quali in primo luogo vale il benessere dei propri paesi, e l’U.E. è diventata uno strumento di dominio politico ed economico sugli altri stati membri. Nei popoli europei non solo non si è creato un sentimento di comune appartenenza ma sono anzi aumentate a dismisura diffidenza ed ostilità verso un’Europa percepita come vessatoria ed ingiusta.
Anche il processo di integrazione politica si è fermato. L’Europa federale appare un traguardo assai lontano, irraggiungibile. Nessun leader europeo pare oggi volersi incamminare con determinazione su questa strada. Non c’è alcun Kohlo Mitterand all’orizzonte. Alla crisi economica e finanziaria che da alcuni anni, a ripetizione, colpisce i paesi europei non si è risposto con una maggiore unità politica, capace di imporre la propria volontà su mercati e finanze apertamente sediziosi; i governi delle destre, che dominano gran parte dei paesi del continente e che dettano le regole delle istituzioni europee, dal Consiglio alla Commissione, sono ubriachi di neo-liberismo, ed impongono sacrifici ai ceti popolari e medi che producono solo impoverimento e recessione. Un solo stato, la Germania, coadiuvato fino ad ora dalla Francia, ha imposto la sua leadership sui paesi dell’Eurozona, senza avere alcuna legittimazione democratica. E non c’è un solo premier che affermi con forza che la sola uscita della Grecia dall’Unione Europea non sarebbe tanto una iattura per le ricadute economiche, quanto il segno del fallimento politico dell’intero progetto europeo, proprio quello che aveva incominciato a prendere corpo nel secondo dopoguerra. Quando i padri fondatori avevano immaginato un futuro dove Germania e Francia avrebbero collaborato, senza tuttavia avere in mente il duo Merkel-Sarkozy.
Luciano Li Causi
“W la Démocratie. Perdono i mercati, vince l’Europa.”di Alessandro Cannamela
Nelle scorse settimane abbiamo assistito ad un ampio dibattere sul significato del voto francese: la sinistra italiana (quella quasi scomparsa) si è interrogata su quanto Francois Hollande rappresentasse la sinistra europea, recalcitrante (almeno per quanto riguarda il popolo) alla ricetta d’austerità imposta dal binomio Merkel-Sarkozy tanto gradita ai mercati.
Si sono spesi fiumi di parole per contestare il neo-presidente, sottolineandone il passato da dirigente di un partito non immune alla sbornia neo-liberista (il PSF) od alcune dichiarazioni (penso al pronunciamento a favore della TAV) che ne mettevano in dubbio la fedeltà a determinati valori: la ricerca della compatibilità sottraeva il campo alla riflessione politica, quasi a cercare un discrimine di sangue, di appartenenza, di singola opinione tale da evidenziare che no, non era proprio possibile definire Hollande un’alternativa.
Io credo che invece il voto di ieri abbia fugato ogni dubbio facendo sentire sulla pelle un vento differente: penso che abbia dimostrato come l’Europa, ormai impensabile se non come unicum politico, rigetti l’austerity, il fiscal compact, le politiche monetariste che stanno affondando l’intero continente.
Il voto francese è un pensiero di libertà, un atto coraggioso che consegna ad un leader, forse anche modesto, un compito importantissimo, ovvero quello di cambiare l’Europa e la politica europea: Mario Monti e Angela Merkel domani saranno avversari di quest’uomo normale, a cui è affidata gran parte della credibilità della sinistra europea.
Dovrà riuscire a cambiare e contemporaneamente dovrà riuscire a vincere la sfida della crescita e dell’uscita dalla recessione, ovvero dimostrare che esiste un’Europa diversa e che una ricetta differente può salvarla dall’impasse economica.
Il voto greco è, invece, un voto di democrazia, che sconfigge la tecnica fine a se stessa e un’idea di Europa basata sulla BCE e non sul voto popolare: un’Europa in cui è possibile mettere in discussione il voto, in cui è possibile passare sopra i volti ed i corpi delle persone in nome della salvezza dei mercati.
Anche se la coalizione tra Pasok e Nuova Democrazia avrà, come sembra, 151 dei 300 seggi, avrà perso comunque: avrà perso la sfida culturale, che voleva imporre una sola, unica, ricetta possibile per uscire dalla crisi.
In altre parole avranno perso i mercati, timorosi del cambiamento, ed avrà vinto l’Europa, quella vera, quella delle persone in carne ed ossa, quella sociale, quella dell’insorgenza. Per fortuna.
Alessandro Cannamela
“Università di Siena: un bilancio oltre il bilancio” di Luciano Li Causi
Un bilancio in ordine e sotto controllo è importante per tutti, per le famiglie e per gli stati. E anche per l’Università di Siena. Il suo Consiglio di amministrazione ha appena votato il bilancio consuntivo 2011, che segnala un disavanzo di 8,1 milioni di euro. Una cifra notevole, ma assai inferiore a quella indicata nel bilancio preventivo (38 milioni), e soprattutto molto al di sotto dei disavanzi degli anni precedenti (63.9 milioni nel 2008, 18.2 nel 2010). Il Rettore, prof. Angelo Riccaboni, esprime la sua soddisfazione. Comprensibilmente. L’Ateneo senese ha rischiato molto, in questi anni, per il suo enorme buco di bilancio, e per la continua riduzione dei trasferimenti ordinari (112.1 milioni nel 2011 rispetto ai 119.5 del 2009). Ora può legittimamente guardare con meno preoccupazione al proprio futuro.
Un’attenta gestione della spesa ed il pre-pensionamento di molti dipendenti hanno, tra l’altro, contribuito al miglioramento dei conti. Senza che ciò abbia per altro provocato – a detta del Rettore – un abbassamento della qualità della didattica e della ricerca: le immatricolazioni non sono diminuite (anche se la situazione non è la stessa per tutte le facoltà), e Siena figura sempre in buona posizione tra gli Atenei nazionali, primeggiando tra quelli di medie dimensioni. Nel 2011, inoltre, si è provveduto ad avviare la riorganizzazione dei dipartimenti, la ristrutturazione dell’offerta formativa, la revisione del sistema dei dottorati, oltre al varo del nuovo Statuto. Rimane un serio problema che riguarda il trattamento economico dei dipendenti tecnici ed amministrativi, che crea un malessere diffuso nel personale dell’Ateneo; per il resto, tuttavia, l’università sembra avviata verso un futuro meno incerto e burrascoso.
Tutto bene, dunque? No. Le parole ‘riorganizzazione’, ‘ristrutturazione’, ‘revisione’, buone forse per un’azienda che così tenta di rendere meno evidente la sua volontà di delocalizzare parte della produzione e di licenziare metà del personale, mal si adattano ad una offerta formativa da parte dell’Ateneo che si è impoverita progressivamente, anno dopo anno, ristrutturazione dopo ristrutturazione, revisione dopo revisione, e che sembra non avere mai fine.
Le responsabilità, naturalmente, vanno ricercate sia a Roma che a Siena. Il profondo rosso del bilancio d’Ateneo negli ultimi anni, il continuo taglio dei trasferimenti di fondi all’Università, operato da Tremonti, la rigidità dei cd. ‘requisiti minimi’ (per es. il numero di docenti strutturati necessari per tenere in vita un corso di laurea), imposta dai governi Prodi e Berlusconi, il pre-pensionamento di innumerevoli professori di prima fascia, la totale assenza di nuovi ingressi, rischiano seriamente di rendere sempre meno appetibile e competitivo l’Ateneo senese. Né si intravedono cambiamenti all’orizzonte. Manca un’idea complessiva, a livello nazionale, di cosa debba essere l’università di domani, e che raccordo essa debba costruire con l’intero sistema scolastico. Del ministro Profumo si sono perse le tracce…
Un solo esempio. Quattro anni fa, nell’anno accademico 2008-2009, la Facoltà di Lettere e Filosofia offriva ai suoi studenti, in arrivo da tutta Italia, otto corsi di laurea triennale e dieci di specialistica. Oggi sopravvivono solo due corsi di laurea triennale, Studi umanistici e Comunicazione, Lingue e Culture. Corsi generalisti, dove si impara un po’ di tutto, magari ci si prepara per l’insegnamento nelle scuole, ma dove importanti ambiti disciplinari non hanno possibilità di esprimersi adeguatamente. Abbiamo una facoltà di Lettere e Filosofia dove non esiste più un corso di laurea in Lettere, né uno in Filosofia; il corso di laurea in Lingue è stato soppresso; una università come quella senese non ospita più corsi di laurea in beni storico-artistici, o in beni archeologici. E’ scomparso il corso di laurea in discipline etno-antropologiche, che attirava studentesse e studenti dall’intero stivale. Non è più possibile laurearsi in Storia.
L’offerta triennale è stata desertificata, per le ragioni scritte in precedenza: mancanza di fondi ed obbligo di rispettare i requisiti minimi… Ma così si è tagliata la prima fondamentale tappa di un processo di formazione culturale di giovani studiosi, che aveva nella continuità dell’insegnamento, dalla triennale alle scuole di dottorato, un suo straordinario punto di forza. Il percorso è stato azzoppato.
L’offerta biennale, relativa alla laurea magistrale, è per fortuna più ricca ed articolata. Si è scelto infatti di sacrificare le lauree triennali per mantenere in vita quelle specialistiche. E allora ricompaiono ambiti disciplinari specifici, quali storia dell’arte ed archeologia. O Lettere, sia classiche che moderne. Altri convivono, dividendo spazi e crediti: Storia con Filosofia, Antropologia con i linguaggi dell’immagine, Linguistica e comunicazione persuasiva… Ma se gli spazi sono ristretti, e i crediti limitati, anche la formazione specialistica necessariamente ne risente.
Le scuole di dottorato sono state falcidiate, ed in molti casi non esiste più la terza e più importante tappa del processo di formazione culturale. Oggi vivono solo tre dottorati, ‘Beni culturali e storia medievale’, ‘Filologia e critica’, ‘Il mondo antico’. Non è più possibile fare ricerca ed addottorarsi in Scienze cognitive, in Preistoria e Protostoria, in Storia ed Archeologia del mondo antico o del Medioevo, in Scienze del testo, in Semiotica o in Antropologia, presenti e vivi, insieme ad altri, nel 2008.
Siamo dunque lieti che i conti migliorino, che il disavanzo si riduca e che la bancarotta sia stata evitata. Ma la politica dei tagli e del risanamento ha intaccato in profondità la qualità dell’offerta formativa. E anche la ricerca non se la passa bene, sottoposta alla stessa politica. Attenzione: non stiamo lodando il tempo passato, ed un’età dell’oro della formazione universitaria. Probabilmente alcuni di quei corsi di laurea andavano tagliati, ed altri ristrutturati; forse era possibile crearne di nuovi, più in consonanza con una società che cambia radicalmente e velocemente. Quello che è certo, però, è che il taglio della Bestia, e cioè i finanziamenti pubblici per l’università pubblica, e la mancanza di una visione organica sull’università che serve e servirà, non fanno presagire alcunché di buono.
Cosa fare? L’attuale ministro Profumo sembra soddisfatto di seguire le luminose orme lasciate dal suo predecessore, l’On. Maria Stella Gelmini. Tuttavia, gli Atenei italiani, la Conferenza dei Rettori, dovrebbero provare, da subito e con maggiore incisività, ad aprire un tavolo di discussione con il Ministro. Anche in momenti di crisi, lasciar deperire scuola, università e ricerca vuol dire togliere il futuro alle nuove generazioni ed al paese intero. Gli Atenei toscani, poi, potrebbero iniziare un percorso di razionalizzazione dell’offerta formativa, da misurarsi a livello di regione. Qui ci vuole un po’ di tempo, l’elaborazione di una politica culturale comune, ed infine una volontà politica che realizzi ciò che è stato pensato. Che porti per esempio a tagliare inutili e costosi doppioni, ed a valorizzare invece le eccellenze ovunque si manifestino.
Luciano Li Causi
L’onda nera, di Luciano Li Causi
Un francese su cinque vota il Front National di Marine Le Pen, un partito nazionalista e xenofobo. Sorpresa ed allarme tra i commentatori politici, per molti dei quali il successo del Front ha più rilevanza della vittoria di Hollande su Sarkozy. Siamo sorpresi per la sorpresa. La dinastia Le Pen è sul mercato politico da decenni, come variante francese di qualcosa che ha incominciato ad affermarsi ed a diffondersi in Europa per lo meno dalla fine degli anni ’80: movimenti e partiti neo-nazionalisti. Un’onda nera sufficientemente alta da insediarsi stabilmente nei parlamenti nazionali ed, in qualche caso, anche al governo, in alleanza con le destre tradizionali, più rispettabili.
E’ una delle possibili risposte, temibile per chi come noi si colloca a sinistra o anche per chi ami semplicemente la democrazia, a due processi che hanno investito il continente europeo negli ultimi trent’anni, la globalizzazione e l’integrazione europea. Ambeduesono stati percepiti negativamente da settori economicamente e socialmente deboli di popolazione, soprattutto per alcuni aspetti: la forte limitazione della sovranità nazionale e la perdita di potere delle istituzioni di governo nazionali, da un lato, e l’inarrestabile movimento di persone, in fuga da condizioni economiche disagiate e da guerre, dal sud verso il nord del mondo, l’Europa. La percezione negativa, vissuta da molti come autentica minaccia alla propria condizione di esistenza, è stata usata strumentalmente come arma politica da abili imprenditori e da soggetti della destra politica.
Nel corso degli anni, inoltre, chi si era sentito minacciato per la stabilità del suo precario benessere economico e per la messa in discussione della sua identità culturale, ha avuto giustificati motivi per accentuare le sue paure. L’Unione Europea ha provato infatti a portare avanti il suo percorso, ed a trasformarsi, con Maastricht e con Schengen, da zona ristretta di libero scambio economico, come era alle origini, in Unione politica, rendendo efficienti gli strumenti di governo europeo,quali la Banca, la Commissione ed il Parlamentoe rafforzandone ipoteri sovranazionali. Ha anche cercato di creare, con la cittadinanza europea, e con alcuni forti simboli quali la moneta unica, la bandiera, l’inno ecc. un sentimento di comune appartenenza europea, ed un attaccamento ad una identità sovranazionale. Infine, per ultima, è arrivata la crisi economica e finanziaria, la speculazione che ha messo in ginocchio molte economie nazionali, cui l’Unione Europea ha risposto con politiche di austerità e sacrifici, che hanno indotto una drastica riduzione dell’intervento statale, un aumento vertiginoso della disoccupazione, ed un tunnel recessivo che appare senza fine.
Un’imprenditoria politica abile, capace anche in alcuni casi di staccarsi dal vecchio razzismo delle destre fasciste, ha preso in mano la bandiera dell’interesse nazionale minacciato, della sovranità limitata, dell’identità culturale tenuta sotto scacco dal permissivismo verso l’Islam, della condizione economica minata dalle politiche europee e dalla concorrenza dei migranti. E la agita con successo. In Francia, con Marine Le Pen, in Austria, con il partito che fu di J. Heider (17.5% dei voti), in Olanda, con G. Wilders, che proprio in questi giorni ha messo in crisi la coalizione di governo (24 seggi al Parlamento nazionale, 15.5% dei voti), in Finlandia, con i ‘Finlandesi Veri’ (19%), in Ungheria, dove il partito al potere, il FIDESZ (52,7%) e lo Jobbik (16,7%), un movimento ultranazionalista e xenofobo, si contendono la palma della posizione più arretrata e reazionaria. E poi in Danimarca, in Svizzera, in Grecia…
In Italia il nazionalismo è per varie ragioni tradizionalmente debole, nonostante le fanfare del 150 anniversario, e l’amor patrio come arma politica è patrimonio solo di frange della destra estrema. Tuttavia abbiamo la variante bossiana, del regionalismo separatista, con percentuali di voto anche del 30% nel nord est del Paese.
L’onda nera non è certamente irrefrenabile, e può ragionevolmente essere fermata. Si auspica che venga meno, a livello europeo, la latitanza politica del PSE, e che l’elezione di Hollande in Francia riapra una prospettiva che non si limiti a mitigare gli aspetti più beceri del neo-liberismo ma che sia capace di proporre, anche a livello culturale, un futuro di integrazione, di solidarietà e di crescita sostenibile per il vecchio continente.
Luciano Li Causi
Nota stampa congiunta del Coord. Comunale e del Coord. Provinciale di SEL sulla mancata approvazione del bilancio del Comune di Siena.
La mancata nomina di due persone, Alfredo Monaci e Fabio Borghi, all’interno del CDA della Banca rischia di pregiudicare la stabilità e l’andamento dell’Ente per eccellenza del sistema istituzionale senese, il Comune di Siena. Dobbiamo guardare in faccia la realtà: dinamiche di tipo personale e familistico, in una fase di difficoltà economica per le famiglie, per il ceto medio, per i più deboli come quella attuale, dimostrano una completa irresponsabilità da parte di un gruppo interessato esclusivamente a tutelare se stesso.
Il positivo processo di razionalizzazione e riordino che la nuova amministrazione aveva, fin dall’inizio del mandato, avviato, rischia di arenarsi a causa di logiche che palesano una distanza totale dalla realtà sociale della nostra città: l’eventuale arrivo di un commissario significherebbe il blocco economico totale e i licenziamenti, il contrario di ciò di cui avremmo bisogno in questo momento di crisi profonda generale.
Il voto di oggi, avulso da ogni lettura pseudo-amministrativa, deve essere guardato per ciò che è veramente, l’atto di irresponsabilità totale di un gruppo che si sottrae al bene comune per servire se stesso: ci chiediamo come anche altri consiglieri si siano riconosciuti nell’odg votato creando una commistione di volontà del tutto incomprensibile. E’ il caso in particolare dei consiglieri che rispondono alla passata amministrazione (autrice peraltro delle linee di indirizzo del bilancio 2011) e della consigliera Vigni, il cui trasformismo dimostra come non esista limite al rancore, il legame con le forze più conservatrici e di destra della città: per questo qualunque alleato risulti quello giusto purché serva a colpire l’unico progetto politico di rinnovamento esistente in città. Vergogna è l’unica parola che ci viene da pronunciare di fronte a questo brutto spettacolo in cui ognuno si vende per niente e si è disposti a sacrificare il bene comune della città, il suo futuro, il futuro di tutti i cittadini e le cittadine, pur di salvare la propria carriera.
Siamo convinti che esistano nella città energie disposte a voler sostenere insieme a noi il progetto di rinnovamento e discontinuità avviato, dando alla politica quella funzione nobile a cui i giochi di palazzo la stanno sottraendo. Rimane fermo il nostro sostegno al processo di rinnovamento e al Sindaco.
Coord. Provinciale Michele Menchiari
Coord. Comunale Orlando Paris
“Viva la politica!” di Luciano Li Causi
La buona politica caccia via l’anti-politica, si dice… Ma qual è la buona politica?
La risposta non è difficile: aggiustare il marciapiede dissestato, affinché nessuno cada, e limare le unghie del capitale finanziario speculativo, perché non strozzi la vita del mondo intero. Pensare ed agire localmente e globalmente. Utilizzare la politica come strumento per cambiare, un’arma collettiva protagonista della scena sociale e culturale. Da impugnare con razionalità e passione, al fianco di tante e di tanti. Immaginando, con chiarezza ma senza ingenuità, una società-mondo dove prevalgano giustizia sociale, equità, libertà collettive ed individuali.
La buona politica è quella che viene offerta e non imposta. Viene dispiegata in maniera non dogmatica, aperta ed inclusiva. Accoglie persone, idee ed energie, facendole proprie, senza soffocare alcuno. Offre una intelaiatura organizzativa, una presenza costante che accompagna le battaglie parziali ma che non si esaurisca con esse e con i singoli obbiettivi raggiunti. Non una gabbia ideologica, ma un’opportunità di espressione. Facilita le persone a dare il meglio di sé, esalta le capacità individuali, libera le energie potenziali. Accomuna, crea compagne e compagni. Persone che si spartiscono il cibo, perché non è pensabile di costruire una società diversa e migliore senza condividere il pane. Come insegnavano i braccianti anarchici andalusi ai loro bambini.
L’anti-politica è creata dalla cattiva politica, si sa. Nell’immaginario collettivo gli alfieri di quest’ultima sono i rappresentanti del popolo. Deputati e senatori, amministratori di tutti i tipi: corruttori e corrotti, dilapidatori del bene comune. Bersaglio mobile, in qualche caso pienamente giustificato, di tutte le fiammate demagogiche, populiste ed in fondo anti-democratiche. Quando il mondo viene dipinto come una bolgia infernale, infatti, dove regnano incontrastati il caos ed il male,qualcuno verràprima o poiinvocato per rimettere ordine.
Io sono figlio di deputati. Comunisti. Mia madre, Giuseppina Vittone, partigiana torinese, attiva nella clandestinità, ha rischiato più volte la vita. Dopo la Liberazione ha vissuto in Sicilia, con mio padre, ed ha organizzato le donne dei quartieri popolari di Palermo. Insieme ad altre, si è battuta per i loro diritti e per la loro emancipazione. E’ stata eletta all’Assemblea Regionale Siciliana, dal 1953 al 1958. Ha rifiutato lo stipendio da deputata, perché in casa c’era già quello di mio padre. Credo che sia un caso unico in Italia. Quando si è trasferita a Roma, con la famiglia, ha continuato a lavorare per il partito, con incarichi anche di responsabilità, curando i rapporti con la Cina, quando quel grande paese non era riconosciuto dai governi italiani, e poi con Cuba, come segretaria dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba. Non ha mai chiesto una retribuzione per il suo lavoro. Oggi vive perché, per fortuna, può godere della pensione di reversibilità di mio padre.
Girolamo Li Causi era nato in un paese della Sicilia occidentale. Suo padre, un ciabattino più volte emigrato negli USA, era riuscito a farlo studiare. Aveva, da giovanissimo, incontrato le idee socialiste lascito del movimento dei Fasci siciliani, di fine ‘800. Partito per Venezia, per frequentare la facoltà di Economia di Ca’ Foscari, si manteneva agli studi con le lezioni private e con lavoretti diversi. Dirigente socialista e sindacalista, ha vissuto la nascita e l’affermazione del fascismo in Veneto, difendendo Camere del lavoro e sedi di partito dagli assalti squadristici, ma difendendo al contempo le condizioni di vita dei portuali e degli edili veneziani, o dei lavoratori agricoli del trevigiano. In clandestinità dal 1924, quando aderisce al Partito Comunista, opera in Italia settentrionale per mantenere in vita ed operativa l’organizzazione del partito, falcidiata dalla repressione; viene infine catturato nel 1928, e condannato dal Tribunale Speciale fascista a vent’anni e nove mesi di reclusione. Con un’aggravante di pena, perché al momento della sentenza aveva gridato ‘Viva il Partito Comunista Italiano!’. Dopo aver girato innumerevoli carceri italiane ed aver ammirato il mare dal confino di Ventotene e di Ponza, viene infine liberato nel 1943. E’ rappresentante comunista nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, organizzatore della Resistenza. Con la Liberazione, torna in Sicilia, a dirigere un partitoda ricostruire dalle fondamenta. E’ eletto segretario ed, insieme ad altri, organizza i contadini siciliani nella lotta per le terre, scontrandosi con la mafia dei latifondi. Attentano più volte alla sua vita; gli sparano nella piazza di Villalba, durante un comizio nel feudo di Don Calò Vizzini. E’ deputato costituente e successivamente, fino ai primi anni ’70, rappresentante dei siciliani alla Camera o al Senato, eletto nella Sicilia occidentale. Sempre in prima fila nella lotta alla mafia e per il riscatto dell’isola. Dirigente nazionale del PCI, ha dedicato la sua vita alla buona politica. Quando è morto, nel 1977, ci ha lasciato l’esempio di un’esistenza spesa molto bene ed un grande patrimonio di idee e di sentimenti. Dal punto di vista materiale, un appartamentino di due stanze, cucina e bagno. E poco altro.
I tempi sono cambiati, e non si richiedono – per fortuna – particolari eroismi ai nostri militanti, dirigenti e rappresentanti. I contenuti fondamentali della buona politica, però, credo siano sempre gli stessi. Aggiustare il marciapiede, colpire il capitale finanziario speculativo… Ed il modo in cui si manifesta è quello che ricorda Vendola: ascoltando le persone, stando in mezzo a loro, coinvolgendole. Dividendo il pane e immaginando un mondo diverso.
Luciano Li Causi
Quella sinistra nel calderone dell’anti-politica, di Luciano Li Causi
A me non verrebbe mai in mente di dire che i partiti sono tutti uguali. Non ho particolari simpatie per il Partito Democratico, ma sono ben consapevole che esso è cosa assai diversa dal Popolo delle Libertà. Se non altro per la sua storia – pure largamente dimenticata – non comparabile a quella inesistente di Berlusconi o a quelle di un Cicchitto o di un Gasparri, tra velleità riformatrici e pratiche affaristiche e corrotte, da un lato, e nostalgie fasciste e leggi autoritarie e xenofobe dall’altro. Possono non piacermi, politicamente, Bersani, Bindi, Franceschini o D’Alema, ma mi è evidente che non sono in alcun modo comparabili a La Russa, Santanché, Bondi, Sacconi. O Capezzone, Brambilla, Gelmini…
Eppure sono tutti lì dentro, nel calderone dell’anti-politica, a rosolare a fuoco lento in uno spazio che si fa di giorno in giorno più stretto. Da poco, infatti, ci sono finiti anche Bossi e Maroni, spogliati della loro diversità padana e assimilati, a furor di popolo, agli altri. Li si accusa di essere proprio come tutti, membri a pieno titolo di una casta che si autoriproduce con i soldi dei contribuenti, una burocrazia inefficiente legata alle poltrone ed ai privilegi.
La fiducia nei partiti è quasi sotto zero, e i forconi dell’anti-politica si agitano minacciosi all’orizzonte. Tutto ciò è conosciuto ed ha vecchie etichette: qualunquismo, demagogia, populismo…
Con finalità e mezzi diversi il tiro a segno ai partiti è alimentato continuamente. Sparano e forniscono munizioni grandi organi di stampa, i famosi portavoce dei ‘poteri forti’, cui piacerebbero governi tecnici in saecula saeculorum, in consonanza con le esigenze della finanza internazionale e nazionale; non si risparmiano leaders come Beppe Grillo o Tonino Di Pietro, che sperano di trarre giovamento dalle difficoltà dei partiti più grandi. Persino i candidati sindaci e consiglieri comunali tendono a dissociarsi dai partiti di provenienza, camuffandosi dentro liste civiche o dicendosi espressione della ‘società civile’.
Chi rischia di più, in questo gioco al massacro, è quella parte della sinistra che si riconosce nel partito democratico. La destra, infatti, ha sempre saputo giocare con qualunquismo e populismo. Il ventennio berlusconiano né è limpido esempio. Unto dal Signore e baciato dal popolo, l’ex premier più rifuggito da tutte le segreterie di Stato del mondo, avrebbe dovuto rifondare l’Italia togliendola dalle grinfie dei partiti corrotti di Tangentopoli, dando al suo popolo benessere e serenità. Sappiamo come è andata a finire. Ma un altro Berlusconi, con grandi mezzi economici e forti appoggi mediatici, potrebbe benissimo emergere, se la politica ed i partiti di cui sono espressione continuano a rosolare nel calderone…
Ma come ci è finita lì dentro quella sinistra italiana? Ci si è buttata da sola, quando l’acqua era fredda, senza che nessuno la sospingesse. Non solo e non tanto perché alcuni dei suoi uomini hanno corrotto e si sono fatti corrompere. Penati, Lusi o Tedesco, e tanti altri lungo la penisola, non le hanno certo giovato; ma ciò che dovrebbe maggiormente allarmare il partito democratico è il fatto che la gente comune non si stupisca affatto che esponenti del partito abbiano potuto essere pescati con le mani nella marmellata degli affari sporchi e della corruzione. Nel senso comune, e sul piano della percezione etica, l’omologazione ha già avuto luogo.
Ci si è buttata quando non ha saputo proporre politiche alternative alla destra, in passato come ora, né immaginare, e fare immaginare, un’Italia diversa. Su temi quali il lavoro, i giovani, la precarietà, lo sviluppo economico, l’immigrazione, la scuola, l’università, la presenza militare italiana nei teatri di guerra e su mille altri la gente comune fa fatica a discernere radicali differenze tra le politiche del centro-destra e quelle del centro-sinistra. Il taglio liberista della globalizzazione non è stato né percepito per tempo né combattuto adeguatamente, neanche quando al governo di molti paesi europei vi erano maggioranze progressiste. La cultura securitaria e repressiva sui migranti non è stata politicamente contrastata, ed anzi è stata fatta propria da settori del centro-sinistra. La precarietà del lavoro, per i giovani e per gli altri, proposta come necessaria flessibilità in un mondo in trasformazione, è ancora qui a vietare il futuro alle nuove generazioni. Nel 2006, quando Prodi vinse le elezioni, la battaglia elettorale fu vinta proprio contro il precariato e per la valorizzazione della cultura, dell’università e della ricerca. A pochi giorni dalla vittoria elettorale, Padoa Schioppa, ministro dell’economia, tagliò i fondi all’università…
Nella percezione della gente comune, ed anche dell’elettorato del centro-sinistra, l’omologazione è avvenuta sul terreno politico, prima ancora che su quello etico. E’ un’operazione drammatica e sommaria, all’ingrosso, che non tiene conto delle differenze, di storia, di persone ed anche in qualche caso di politiche. Ma così funzionano i processi di classificazione.
Luciano Li Causi










